"quando avremo ottanta anni, avremo probabilmente imparato tutto dalla vita .
Il problema sarà ricordarlo"

martedì 10 marzo 2026

10 marzo 2026. da Khajuraho a Varanasi

Partiti in volo da Khajuraho arriviamo a Varanasi nel primo pomeriggio. Giusto il tempo per posare i bagagli in camera e iniziamo la nostra visita nella città vecchia con la nostra guida, Raji.

Ci incontriamo con altri due ragazzi Italiani Luigi, pugliese e Riccado, anche lui sardo, entrambi trapiantati a Roma. Saranno i nostri compagni di tour. I vicoli sono strettissimi, un labirinto continuo dove passano persone, motorini, mucche e carretti. A terra c'è di tutto: acqua sporca che scorre lungo i lati, sterco di vacca, rifiuti e fango. Bisogna guardare sempre dove si mettono i piedi. Talvolta l'odore è forte e persistente. Raggiungiamo un piccolo slargo circondato da edifici fatiscenti, qui viene allestito un mercato dei fiori e erbe aromatiche.
Raji ci fa salire delle scale e possiamo ammirare questa piazzetta multicolore dall'alto, davvero suggestiva. Ancora qualche svolta a destra e a manca finché raggiungiamo un localino minuscolo e fatiscente il "Blu Lassi" dove, Raji dice, facciano il Lassi più buono di tutta Varanasi. Considerando il gran caldo una pausa non guasta. Lo servono in ciotole di coccio usa e getta, non possiamo sapere se è il Lassi più buono  di Varanasi ma possiamo assicurare che era buonissimo. Continuiamo, Raji ci fa strada tra i vicoli. Nelle strade più larghe c'è una moltitudine di gente. Negozietti e bancherelle si susseguono. Abbiamo la sensazione che Varanasi abbia perso molto del suo fascino mistico e sacro per trasformarlo in attrazione turistica.
Muovendoci tra un'umanità eterogenea sbuchiamo su un Ghat, il Manikarnika, lungo il Gange. Siamo nella zona delle pire funeraria. L'atmosfera cambia subito. Le cataste di legna sono sovrapposte una sull'altra e diverse pire stanno bruciando. I corpi, avvolti nei tessuti colorati, arrivano su barelle di bambù portate a spalla dai familiari maschi. Tutto avviene alla luce del giorno, senza separazioni dai visitatori. Restiamo ad osservare per un po', in silenzio, mentre il lavoro dei Dom continua senza sosta. Raji ci spiega tutti i passaggi che subisce il defunto prima e dopo la cremazione. Per un po restiamo senza parole per digerire quanto visto, e rifletterci sopra.
Continuiamo a camminare divincolandoci tra le vacche e le moto. In questa zona è vietato l'accesso alle auto e nonostante ciò regna lo stesso caos di un mercato affollato. Verso sera ci spostiamo in un altro Ghat, l'Assi (l'ottantesimo), tra santoni, mendicanti e turisti per assistere a unacerimonia Induista, il Ganga Aarti. Il Ghat si riempe di una moltitudine di persone; sul fiume  si affiancano un'infinità di barche. I sacerdoti si dispongono su piattaforme rialzate e iniziano il rito con campane, incenso e grandi lampade di fuoco.
I movimenti sono coordinati e ripetuti, rivolti verso il Gange e verso la folla radunata sulla riva e sulle barche. La cerimonia dura circa un'ora. È molto scenografica, con musica e canti continui, e attira sia pellegrini che turisti. Quando finisce è già buio e torniamo nei vicoli della città vecchia per cercare qualche ristorantino per cenare. Sotto suggerimento di Raji ci fiondiamo al "Shree Cafe" da lui proposto. È una stanza modesta con sei tavolini e delle splendide gigantografia alle pareti. La cucina è ottima. Stanchi e con la pancia piena possiamo tornare in albergo per una meritata doccia e dormita. 


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