"quando avremo ottanta anni, avremo probabilmente imparato tutto dalla vita .
Il problema sarà ricordarlo"

martedì 3 marzo 2026

3 marzo 2026 Udaipur

 A Udaipur la giornata di Holi inizia presto, con un’aria elettrica che si insinua tra i vicoli bianchi della città vecchia.

Bancarelle espongono montagne di polveri colorate, i gulal, e i bambini già si rincorrono armati di pistole ad acqua, pronti a colpire chiunque passi. Ieri si è celebrato l’Holika Dahan, il grande falò rituale che simboleggia la vittoria del bene sul male secondo la tradizione induista, come scritto ieri. Oggi, però, la spiritualità lascia spazio alla festa più travolgente dell’anno. Quasi senza accorgersene, la compostezza si scioglie in una nuvola rosa. Qualcuno ti si avvicina con un sorriso e prima ancora che tu possa reagire, ti sfiora il viso con una carezza di colore.
E' un gesto di augurio, un invito a lasciarsi andare. Le strade si trasformano in un caleidoscopio vivente. Blu, verde, arancione esplodono nell’aria. La musica rimbomba nelle strade. Turisti e locali ballano insieme senza più distinzioni. A tratti ci si rifugia all'ombra cercando un po di refrigerio dal sole di marzo che scalda la pelle già colorata. lungo le sponde del Lago Pichola si accalca la gente per riprendere fiato. Ogni spazio è utile per diffondere musica. I watt ti fanno vibrare lo stomaco e il ballo ti assale, non puoi sottrartene. Nel pomeriggio la città rallenta. I sorrisi restano, i vestiti sono irriconoscibili, e nei capelli rimane polvere di arcobaleno.
Holi a Udaipur non è solo una festa di colori. É un momento di comunità, di leggerezza condivisa, in cui per un giorno cadono barriere sociali e differenze, e tutto si tinge della stessa gioiosa confusione. A cena siamo indecisi su cosa mangiare e mentre camminiamo nei meandri della città vecchia ci appare una pizzeria, è da circa tre mesi che non ne mangiamo e ci facciamo tentare. La pizza tutto sommato è buona, peccato non vendano birra (ai ai! le religioni). Ci accontentiamo dell'acqua. Si rientra in camera, doccia e poi si scrivono due righe per il nostro diario di bordo. Buonanotte 😘



lunedì 2 marzo 2026

2 marzo 2026 da Jodhpur a Udaipur

 Oggi siamo partiti un po' più tardi 9:30. Il trasferimento in auto da Jodhpur al tempio di Ranakpur Jain  e a seguire sino a Udaipur è uno di quei viaggi che valgono quasi quanto la meta. Lasciata alle spalle la “Città Blu”, il traffico si dissolve lentamente tra case color indaco e tuk tuk impazienti, finché il paesaggio si apre nel Rajasthan rurale. Campi aridi punteggiati da arbusti, a tratti coltivati a ceci; donne in saree sgargianti che camminano lungo la strada, piccoli villaggi sonnolenti e mucche che attraversano con calma. La strada, lunga circa 160 km (4 ore circa), si snoda tra colline aride avvicinandoci alla catena degli Aravalli.

L’aria si fa più fresca, il traffico quasi scompare. approfittiamo di questi spostamenti per mettere un po' d'ordine nelle nostre fotografie e blog, trasformando la macchina in un ufficio mobile. L’ultimo tratto è un susseguirsi di curve dolci immerse nella natura. Poi, all’improvviso, tra gli alberi compare il marmo chiaro del tempio: un miraggio scolpito, silenzioso e maestoso. Dopo la polvere e i clacson di Jodhpur, l’arrivo a Ranakpur sembra un piccolo viaggio nel tempo (e nello spirito). Questo è un tempio gainista famosissimo per il culto e perché costruito interamente in marmo bianco del Rajasthan.
In questo tempio ci perdiamo, è affascinante e pieno di spiritualità, costruito con una maestria impeccabile, pieno di dettagli e di opere scultore veramente magistrali. Ci tratteniamo per più di un'ora e ci dispiace un pochino per il nostro autista che è fuori ad aspettare, ma lui dice “ è il mio lavoro”. Risaliamo in  macchina e ancora qualche curva prima di trovare la strada nazionale, che ahimè non è proprio ben messa, molti lavori in corso. Finalmente arriviamo a Udaipur.  Prendiamo possesso della nostra camera, anche questa una dimora storica, non ci stancheremo mai di fare un plauso a Bilal che ci ha trovato location veramente uniche. Siamo al centro della città vecchia, un dedalo di viuzze impraticabili in macchina, si viaggia solo a piedi o in scooter. Faticaccia portare i bagagli sino alla reception, per fortuna non l'abbiamo fatto noi.
Sono le 5:30 di pomeriggio e ci mischiamo tra la gente. Oggi iniziano ufficialmente le celebrazioni dell'Holi festival. L’Holi non è solo una festa di colori, ma una ricorrenza profondamente religiosa dell’induismo. La celebrazione si apre con l’Holika Dahan, un grande falò serale che simboleggia la vittoria del bene sul male. Il rito richiama il mito del devoto Prahlada, salvato dal dio Vishnu dall’inganno della demone Holika: il fuoco diventa così simbolo di purificazione e protezione divina. In molte regioni, Holi è anche legata al dio Krishna, che secondo la tradizione giocava a cospargere di colori la sua amata Radha e le altre gopī. Questo gesto diventa espressione di amore divino, gioia e abbattimento delle barriere sociali. Dietro l’apparente caos festoso quindi, Holi celebra il rinnovamento spirituale, la rinascita della natura e il trionfo della fede sulla paura. Descrivere cosa succede in questa festa è impossibile bisogna viverla e vedere il coinvolgimento dei nativi. I templi induisti diventano festosi e pieni di colore. I santoni celebrano il loro credo e lanciano polveri colorate in tutte le direzioni.  Bande di percussioni e canti si diffondono in tutto il tempio in un coinvolgimento totale. Ci ritroviamo colorati anche non volendo.
I praticanti ti spalmano di colore in faccia e in testa con tutto il rispetto possibile, in segno di augurio e buon auspicio, è un delirio. Ma il delirio più grosso è per le strade, mentre si brucia un albero impagliato immenso e intorno a questo falò inizia una festa grandiosa. La calca di persone e impressionante. Si balla ogni tipo e genere di musica dall'Indiana alle sonorità occidentali più moderne. La piazza dove si svolge questa grossa manifestazione e presidiata dalla polizia che osserva in disparte garantendo sicurezza. Tra templi e piazze finiamo la nostra escursione notturna a mezzanotte circa, e qui iniziano i problemi. Chiaramente problemi risolvibili e irrisori nel senso che dobbiamo lavarci tutta la roba dentro la doccia perché siamo in condizioni indecenti, siamo colorati come una tavolozza, e siccome non c'è tempo per portare la roba in lavanderia dobbiamo arrangiarci. Il tutto finisce all'una di notte, stanchi, esausti ma soddisfatti ci facciamo la nostra bella dormitina. A domani.

domenica 1 marzo 2026

1 marzo 2026. Jodhpur, la Città Blu.

 Nuova trasferta. Prima di ogni considerazione, un plauso a chi ci ha organizzato questo tour, Mister Bilal e alle scelte fatte saggiamente. 

Arriviamo nella Città Blu nel pomeriggio. Prima tappa il grandioso forte chiamato Mehrangarth . Una delle fortezze più grandi dell'India costruita nella prima metà del 1400, residenza dei raja fin dalle sue origini. È un importante esempio di arte e architettura moghul , una commissione tra arte islamica e indi, tipica dell'epoca dei raja in Rajasthan . Domina la città chiamata blu, che da qui riusciamo a vedere bene.
Il colore blu, identificativo della casta dei Bramini , oggi si mantiene per due motivi ben più importanti e pragmatici: capacità di respingere gli insetti e maggiore riflessione del calore del sole. Apprendiamo queste e tante altre informazioni interessanti dall'audioguida che viene data gratuitamente insieme al biglietto d'ingresso che costa 600 rupie, circa 6 euro. Prima impressione,oltre la maestosità del luogo, la cura e l'ordine.
Finalmente un sito storico mantenuto con tutti i sacri crismi. Ci sono le persone della sicurezza ma anche diversi custodi che con le loro vesti tipiche ei lunghi baffoni, nel caso degli uomini ovviamente, sono distribuiti a guardia delle aree interne. Seconda impressione: ascoltando l'audioguida ci si può immergere e immaginare la vita qui dentro. Lussuosa, sfarzosa ma prigione dorata, soprattutto per le donne. In lontanaza verso la città si può ammirare l'attuale residenza dell'ultimo discendente diretto dei raja di cui ho scritto sopra.
Stupenda costruzione. Finiamo la visita dopo circa 2 ore e mezza. Raggiunto il nostro caro amico autista Predeep, si vola alla volta di quello che viene definito il piccolo Taj Mahal, il Jaswant Thada , un cenotafio in marmo bianco di Makrana , uno dei marmi più pregiati al mondo perché ha una percentuale di impurità estremamente bassa e, a differenza di altri marmi, con il passare del tempo tende a diventare più lucido e bianco. Chiude alle 17.00.
Sono le 16.45 quando entriamo con un ticket di 100 rupie (€ 1.00) per gli stranieri. Riusciamo a vederlo tutto perché si può stare fino alle 17.30. È stupendo. Un esempio di architettura funeraria con intarsi e sculture, immerso in un parco curatissimo. OK, andiamo in città. Predeep ci lascia all'ingresso del famoso bazar,  Sardar , e noi di Sardar ce ne possiamo privare? Oggi è domenica e inoltre quella che precede i festeggiamenti dell'Holi .
Maremma Toscana! GENTE!! il bazar sta intorno alla torre dell'orologio , un manufatto iconico per la città, alto 29 metri, strutturato su 5 livelli, il tutto in arenaria rossa. Ma il mercato? Un districarsi di vicoli e vicoletti che partono dalla strada principale su cui c'è di tutto. Spezie, tessuti, ortaggi, frutta, abbigliamento, bigiotteria, street food , caffetterie e tanta vitalità. È molto interessante ma altrettanto caotico, soprattutto oggi. Impossibile fermarsi troppo. Ok, andrò in albergo. Anche qui la bella sorpresa riservata dal grande Bilal. Il Devi Bhawan Boutique Hotel . Stupendo. Immerso nel verde, pulito e curato nei minimi dettagli. Cenereremo qui, ottima cena e ottima scelta. La gentilezza dello staff è oltre ogni aspettativa. Be' che dire se non MERAVIGLIOSO. 

sabato 28 febbraio 2026

28 febbraio 2026 - Jaisalmer

Stamattina ci svegliamo a Jaisalmer nel nostro bellissimo albergo che si chiama Heritage House.  Jaisalmer prende il suo nome dal re fondatore Bhati Rawal Jaisal  e significa Mer (luogo alto, collina) di Jaisal, perché la fece edificare sulla collina.
La prima tappa ci porterà proprio a visitare il forte, risalente al XII° secolo, voluto dal re a sua difesa. Abbiamo avuto il piacere di essere guidati da Balu, un'esperta guida turistica del luogo. Balu parla benissimo l'italiano ed è un bramino che vive all'interno del forte in uno dei tanti bellissimi Haveli, palazzi o ville signorili, dimore di ricchi mercanti. Jaisalmer è chiamata la città d'oro perché i suoi edifici, forte compreso, sono fatti con pietre di arenaria gialla.
Il forte è infatti una spettacolare costruzione in arenaria gialla e le opere monumentali sono l'insieme di capacità costruttiva e necessità. Dovunque si volga lo sguardo non si può che rimanere affascinati dall'incredibile lavorazione della pietra arenaria gialla, scolpita con tale maestria e minuzia dei dettagli che si ha difficoltà a credere che sia pietra piuttosto che legno. Le pietre  inoltre sono incastrate tra loro senza o quasi, l'utilizzo di malte, perché qui, come racconta Balu,  siamo nel bel mezzo del deserto del Thar e l'acqua era un bene prezioso.
Ci diceva infatti che fino al 1980 le condizioni erano tali da rendere difficile la vita se non per chi era abituato a vivere nel deserto. Pare che le donne andassero a reperire l'acqua nel lago, che distava dal forte qualche km, e ne portassero a casa una decina di litri, anche per una questione di peso ovviamente. La metà di questi veniva utilizzata  per dissetarsi e cucinare. La restante si centellinava, e se si avevano figli piccoli, li si lavava con questa. Ma l'acqua del lavaggio non poteva essere buttata via. Veniva raccolta per essere riutilizzata almeno altre tre volte. In primo luogo per i vestiti del bambino stesso, poi per pulire i pavimenti e infine per creare la malta per gli intonaci. Non se ne poteva sprecare nemmeno una goccia. Per quanto riguarda il forte, la sua costruzione è stata una scelta obbligata da parte del Maharaja.  Jaisalmer era il crocevia delle carovane che commerciavano soprattutto spezie. Queste venivano assalite dai predoni del deserto costringendole a cambiare rotta e passare più a nord. Poiché questo andava a discapito delle entrate del Maharaj, decise di edificare la fortezza per dare protezione ai mercanti di passaggio da cui poter trarre  i propri vantaggi economici. Facendo questo rendeva più sicuro l’intero territorio e la città che si sviluppava sia dentro che fuori le mura. Gli Haveli di questa città sono diversi da quelli visti a Mandawa e Bikaner.
Qui le facciate non sono dipinte come le precedenti ma scolpite. L'acqua per diluire i colori o lavarsi non c'era e quindi si faceva di necessità virtù. Alcuni dei palazzi sono dotati di balconi, e Balu raccontava aneddoti interessanti su alcuni di essi. Interessante infatti la vicenda che ha portato a conoscere questo luogo e a farlo diventare una meta turistica occidentale. Si racconta che una giovane donna si trovasse in uno dei bellissimi balconi intenta a pettinare e far asciugare  al sole i lunghi capelli corvini. L’immagine era stupenda. Venne fotografata da un giornalista. Questa foto fece il giro dei tabloid inglesi e divenne iconica. Durante una delle visite a Londra della prima ministra  Indira Gandhi, il primo ministro inglese le chiese dove fosse quel posto e quel balcone. Lei non seppe rispondere.
Rientrata in India, si informò e volle andare a vedere con i suoi occhi dove è cosa fosse Jaisalmer. Da quel momento in poi ritenendo che fosse un luogo stupendo e da valorizzare turisticamente si prodigò per questo.  Altra stranezza vista oggi, le partecipazioni di nozze dipinte sul muro della casa degli sposi. Con il dio Ganesh a fare bella mostra di sé sullo sfondo, ci sono la data delle nozze e il nome degli sposi, e se la casa è della sposa il  nome viene scritto prima di quello del futuro marito o viceversa. Ci sono scritti anche il luogo e l'orario delle nozze, praticamente tutto. La cosa singolare  è che, chiunque passi davanti a questa “partecipazione” sui generis è automaticamente invitato. E a sua volta può invitare altri amici. Ragione per cui i matrimoni indiani sono rinomati per la moltitudine di invitati. Altra particolarità le nicchie che si trovano nelle mura. Per credenza popolare le case, le abitazioni, devono trovarsi con gli ingressi posti l'uno di fronte all'altro .
Se di fronte a un’abitazione vi è un muro non è un segno di buon auspicio, quindi si crea una nicchia e si inserisce la statuetta di una divinità, affinché protegga gli abitanti della casa scacciando eventuali malefici. Sempre all'interno del forte si trovano dei templi  jainisti. Il tempio jainista di Rishabdev e di Sambhavnath accolgono i propri devoti che arrivano qui da diverse parti del paese. I jainisti sono i "protestanti" dell'induismo.
Praticamente non accettano alcuni dogmi dell'induismo come il politeismo, la suddivisione in caste, l'uccisione di animali per rituali o per nutrirsi e alcun tipo di violenza. Vestono di bianco, soprattutto coloro che sono ritenuti degli pseudo sacerdoti. Alcuni di essi con abiti senza cuciture come il Sari tipico delle donne, altri con il pantalone e la casacca. I loro vestiti spesso sono di seta ricavata dai fiori di loto che qui non è così cara quanto in altri paesi perché i fiori di loto si trovano facilmente e così facendo non uccidono il baco. Fuori dai templi e tra i palazzi si snodano stradine lastricate, ricche di bazar e piccole caffetterie.
Un pullulare di gente rende quasi impossibile passare. Tanti scooter, turisti, soprattutto italiani, e le persone del posto si dividono le strade con le mucche e i tori che sono ovunque. Purtroppo, come spesso accade, ci sono molte trascuratezze e tanta immondezza. Fuori dalle mura la situazione è simile ma meno interessante dal punto di vista architettonico. Bazar di colori, pronti per l'Holy festival dei prossimi giorni, spezie, souvenir, bijotteria, abbigliamento e chi più ne ha più ne metta. Salutato Balu, dopo aver visitato il suo Haveli, anzi, di sua moglie, un piccolo bel hotel subito fuori dal forte, rientriamo nel nostro. Pranziamo bene e scambiamo due chiacchiere con il simpatico proprietario, che si destreggia tra qui e Ibiza dividendo i mesi dell'anno.
Dopo un meritato relax dal caldo e dalla polvere, usciamo nuovamente con Padee, che ci accompagna al lago. È una raccolta di acqua, una grande pozza artificiale in cui sono costituite alcune chhatris. Molte le persone del posto che stanno qui a chiacchierare, incontrarsi, fare foto e passare qualche ora. Troviamo che non sia una gran bellezza, anzi. Non capiamo le descrizioni romanzate di tanti opinionisti che lo descrivono quasi come una delle sette meraviglie del mondo, boooo!!!. Molto sporco e trascurato, ci fa un gran dispiacere e rivalutiamo tante delle nostre bellezze nostrane che non consideriamo nemmeno. Stufi e abbastanza delusi, torniamo al forte. Meno gente di stamattina e le luci sono decisamente migliori. Gironzoliamo un po’ e poi ci rifacciamo le viuzze esterne prima di rientrare in hotel. Molte persone in giro, compresi alcuni che già festeggiano l'Holy, tutti fuxia e tutti in festa. Tanta polvere e tante immagini impattanti, poco descrivibili, solo da vedere. 




venerdì 27 febbraio 2026

27 febbraio 2026, da Bikanen a Jaisalmer

 E anche oggi ci vede di spostamento. Dopo colazione iniziamo il nostro viaggio di 350 km a una velocità massima di 70 km/h. Impieghiamo ben sei ore ad arrivare alla nostra meta.
Siamo partiti da Bikaner per arrivare a Jaisalmer. Trasferimento abbastanza noioso, soprattutto considerando la velocità con paesaggio prevalentemente desertico arricchito con piante di acacia, qualche villaggio qua e là, mucche e strada dritta. L'unico diversivo è una sosta al distributore per fare il rifornimento. Arriviamo a Jaisalmer abbastanza stanchini, prendiamo possesso della nostra camera, anche qui un'accoglienza con pioggia di petali e ghirlande messe al collo e ci riposiamo un attimino in attesa del tour che intraprenderemo prima del tramonto. Jaisalmer Fu fondata dopo l'anno mille e fu il centro politico di uno Stato molto potente.
Di quell'epoca rimangono vestigia imponenti fra le quali emergono alcuni templi ed anche una fortezza. Ma oggi andremo a vedere il tramonto in un sito poco lontano. Dieci minuti di macchina e siamo a Bada Bagh un sito storico, noto per i suoi bellissimi cenotafi dedicati ai sovrani della dinastia Bhatti. É apprezzabile la sua atmosfera serena, soprattutto al tramonto, che esalta la bellezza del sito e diventa momento favorevole per la fotografia. Ad onor del vero, panorama deturpato, purtroppo, dalle pale eoliche 😔 e non aggiungo altro. Si rientra in hotel (haveli restaurato). Qui concluderemo la nostra giornata con una cenetta nel ristorantino in terrazza.

giovedì 26 febbraio 2026

26 Febbraio 2026 ( Bikaner )

L’India è davvero immensa, e solo vivendola si capisce quanto! Gli spostamenti richiedono un bel po’ di tempo, soprattutto in macchina, la velocità massima consentita è di 70 km/h, giocoforza i tempi in viaggio si dilatano. Stamattina siamo partiti alla volta di Bikaner, i chilometri non sono tanti 200 circa, per un viaggio di almeno cinque ore. Il paesaggio è piuttosto desertico, con qualche pezzo di terra coltivata, soprattutto da chi può permettersi le vasche per raccogliere l’acqua. Ogni tanto si incontra un piccolo villaggio o una pompa di benzina.

La nostra prima tappa è stata il Tempio dei Ratti, o Karni Mata, poco distante da Bikaner. Un’esperienza davvero unica: camminare a piedi nudi tra i ratti che ti girano intorno in tutte le direzioni è difficile da descrivere. Si vedono bambini che giocano con loro, spinti anche dalle mamme, e si percepisce una devozione profonda verso questi topi. La gente si inginocchia, prega e li venera, portandogli anche da mangiariare. Questo perché il topo è l’animale che rappresenta l'ego e le bramosie umane, che Ganesha domina con la saggezza, per cui è diventato un animale da venerare.  È stato emozionante anche l’incontro con gli altri visitatori, che ci hanno accolto con grandi sorrisi e si sono fatti un sacco di selfie con noi, soprattutto con Roberta. C’erano sopratutto le donne che chiedevano selfie a Robi, credo che per un attimo si sia sentita la diva del Tempio! Forse il suo biondo ha fatto colpo.
Dopo la visita al Tempio, siamo ripartiti in macchina e dopo mezz’ora circa siamo arrivati a Bikaner. Una città grande, estesa, un po’ disordinata e caotica, non pro prio il massimo per i nostri gusti turistici. Però il nostro bravissimo Padee (il driver) ci ha portato in un bel localino dove abbiamo pranzato. Poi ci siamo diretti al Forte Junagarh, una mastodontica fortezza del XVI secolo, sfarzosamente decorata e arredata. All’interno c’è di tutto, da un aeroplano a elica a collezioni di armi, spade e altre curiosità. La visita al museo adiacente è stata davvero interessante, con le sue collezioni preziose di abiti appartenuti ai vari marajà e alle loro mogli che hanno vissuto nella fortezza.  Abbiamo preso possesso della nostra camera, Calvari Villa, un’altra location eccellente.
Ci sentiamo un po’ privilegiati, non siamo dei turisti “normali”, ma quasi dei coloni inglesi che esplorano l’India. Bilal si sta dimostrando davvero all’altezza: dopo aver sistemato i bagagli, ci ha fatto trovare un Opi (tuk-tuk indiano) che ci ha portato a fare un giro per la città. Facendo fronte alle mille insidie del traffico abbiamo visitato il mercato delle spezie, l’old town e, per concludere, un bellissimo tempio chiamato Bhandasar Jain.  È un famoso tempio del XV secolo dedicato a un profeta quinta reincarnazione discendente da Ganesh. La struttura in arenaria rossa a tre piani, con i suoi intagli intricati, pilastri, pietre gialle, specchi e affreschi, è davvero affascinante.  Stanchi ma felici, siamo tornati in albergo per goderci la nostra splendida camera e fare una meritata doccia. Così si conclude la nostra giornata, già pensando alle sei ore di trasferimento che ci aspettano domani. Buonanotte!

mercoledì 25 febbraio 2026

25 Febbraio 2026 (Mandawa)

 E siamo arrivati in India. Il nostro volo è aterrato alle 23 a Delhi e circa all'una di notte abbiamo preso possesso della nostra camera in albergo . La mattina sveglia alle alle 7:00, colazione e si parte, inizia il nostro vero e proprio tour. Per questo giro in India ci siamo serviti dell'assistenza di un ragazzo indiano, che organizza tour personalizzati, Bilal. Come organizzato da lui, abbiamo trovato ad attenderci l'autista che ci accompagnerà per tutto il nostro viaggio, Padi. Da Delhi siamo partiti alla volta di Mandawa.
Durante le cinque ore di auto attraversiamo tratti di strada con degli scorci veramente interessanti. Notevole la quantità di fabbriche di laterizi con forni ancora a legna, non usano elettricità e fanno tutto il lavoro manualmente. Si vedono i manufatti ad asciugare al sole, i grandi forni per la cottura con le loro ciminiere fatte in maniera artigianali e c'è una grande operosità nel realizzare i mattoni pieni. Ogni tanto per strada incrociavamo i cammelli cargo, praticamente i cammelli che usano per il trasporto di ogni cosa, sono molto diffusi. Incrociamo i trattori
con dei rimorchi con carichi improbabili, nel senso che hanno carichi  trasbordanti che ci costringono ad andare a bordo strada con due ruote, anzi fuoristrada. Sono carichi di biada che è contenuta da un telone immenso che spancia da quant’è gonfio e largo . Praticamente occupa due corsie. Se non si vedono non si può capire quanto siano ingombranti. Onnipresenti anche le vacche che ci sono in ogni dove. Poi per le vacche bisogna aprire un capitolo a parte, perché abbiamo capito un po' come le usano e perché se ne trovano in giro sulle strade trafficate. Più che altro per strada si trovano tori o le vacche che non producono più latte. Praticamente vengono abbandonate al loro destino, mandate fuori i recinti  domestici dove si nutrono di tutto quello che trovano, plastica compresa. Invece, quelle che ancora producono il latte se le tengono ben strette finché rendono; quando non producono più la loro sorte è segnata. Non le uccidono, ma le mandano per strada. Comunque, dopo cinque ore arriviamo a Mandawa.
Mandawa nei suoi anni più fulgidi fu il crocevia dei mercanti nella via della seta. Fu un grosso centro commerciale e ancora oggi conserva le sue antiche e prestigiose  vestigia. Per tutto il villaggio si possono ancora osservare degli splendidi haveli i vecchi depositi e casa che furono i luoghi di scambi commerciali. Per gli halali passavano spezie, tessuti, sete a qualsiasi genere di prodotto che poteva essere scambiato tra occidente e oriente. Noi alloggiamo in uno di questi. Prima di arrivare in hotel, pranzetto in un ristorantino locale con un nome piuttosto conosciuto e a noi noto: “Mona Lisa”.
Prendiamo possesso della nostra camera e restiamo letteralmente a bocca aperta nel vedere la maestosità e la bellezza del nostro hotel e della nostra camera. Ripresi dallo stupore lasciamo i bagagli e con una guida del posto, Lolu iniziamo a visitare la parte antica della città e le sue vecchie vestigia un po' restaurate e un po' lasciate in balia del tempo. Inizialmente c'erano 100 haveli ora ne sono rimasti 60 e molti di essi sono adibite ad alberghi compreso il Forte di difesa, che non si può visitare perché è un albergo di 80 stanze. La guida ci diceva che, Manwa, prima del COVID ospitava circa 600 persone al giorno, soprattutto stranieri, venivano qui, ad occupare questi alberghi. Dopo, tutto è cambiato.
Molti stranieri non sono più venuti per qualche anno, invece hanno continuato a venire tanti indiani  dalle diverse areee del Paese. Il numero delle presenze è diminuito drasticamente mettendo in ginocchio anche l'economia locale che vive appunto della presenza turistica. Nonostante tutto ci sono tanti italiani. Una scoperta che abbiamo fatto è che la lingua italiana è molto diffusa tra gli abitanti di questo paese e molti ci hanno accolto con un “ciao benvenuti” o cose di questo tipo. Le persone sono accoglienti, ci accolgono di buon grado. Durante questa permanenza abbiamo conosciuto una coppia di italiani bergamaschi, anche se lui è di origine oristanese, Cristina e Salvatore, molto simpatici e grandi viaggiatori, con i quali abbiamo condiviso anche la cena, tipicamente indiana del ristorante del nostro hotel. Diverse pietanze di cui non ricordiamo i nomi. Tante chiacchere sui viaggi fatti e poi a nanna per un meritato riposo, buona notte.